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COMUNICATO DELL’ASSOCIAZIONE
PESARESE ORNICOLTORI SULLE PROBLEMATICHE CITES |
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Nel corso
dell’Assemblea dei Soci, tenutasi a Fano il 27 Marzo 2011 nella sede
dell’Associazione Pesarese Ornicoltori, è emerso un problema avuto, da uno dei
soci presenti, in merito ad una sanzione per irregolarità relative alla
documentazione CITES.
Senza entrare
nel merito della questione emersa, prendiamo l’occasione per puntualizzare che
l’Associazione e la Federazione sono al fianco dei loro soci nell’affrontare
queste delicate questioni e non contro come qualcuno tende ad insinuare.
L’Associazione e la Federazione non segnalano al Corpo Forestale dello Stato i
nominativi di allevatori da sottoporre a controlli, semmai quest’ultimi
attingeranno alle varie fonti pubbliche (inserzioni pubblicitarie, mercatini,
etc..) per attivarsi nei controlli di legge. L’allevatore che si cimenta nel
nostro hobby deve conoscere e studiare le disposizioni di leggi che
regolamentano la detenzione ed allevamento di uccelli protetti. Un socio colpito
da una sanzione amministrativa, è motivo di rammarico per l’Associazione, perché
siamo convinti che chiunque degli iscritti commetta una irregolarità, lo faccia
esclusivamente perché spinto da buona fede. l’Associazione Pesarese Ornicoltori,
per quanto nelle proprie possibilità e competenze, può rilasciare informazioni
agli allevatori e aspiranti tali circa gli adempimenti burocratici e/o
amministrativi da espletare, e la Federazione ha nel suo staff esperti e
consulenti che possono venire contattati tramite l’Associazione stessa. Non a
caso, l’iscrizione ad una Associazione ornitologica ed il rilascio di un numero
di RNA è spesso il primo passo da affrontare per chiunque voglia allevare
animali in CITES, senza avventurarsi in “fantasiose” strade alternative. Teniamo
a sottolineare infine, che chiunque intenda allevare con lo scopo di donare,
scambiare, cedere o alienare in qualsiasi altro modo i propri soggetti o la
discendenza di essi, deve necessariamente dotarsi di registro CITES da
richiedersi e ritirarsi presso gli uffici del Corpo Forestale di Stato di
propria competenza, ed esortiamo così tutti gli iscritti a rivolgersi con
fiducia all’Associazione per consigli, chiarimenti o anche semplicemente per
sapere quale ente o dipartimento è appropriato per richieste particolareggiate.
Il Consiglio
Direttivo dell’APO Pesaro è a disposizione dei propri soci, ed in particolare il
consigliere Marco Bolognini per le problematiche relative al Cites.
Cordiali Saluti,
il CD di APO Pesaro.
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Rosa Francesco
393.1141975 |
Zandri Silvano
335.7600929 |
Berluti Stefano
392.5300675 |
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Biagiola Mario
328.1184135 |
Boccarusso Federico
333.2656053 |
Bolognini Marco
338.2034501 |
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Catalano Giuseppe
331.5773156 |
Fattori Francesco
333.3891746 |
Perini Vasco
340.1038570 |
A corredo di
quanto detto, alleghiamo gli scritti di due tra i massimi esponenti
dell’ornitologia Italiana: Enrico Banfi, presidente dell’Associazione
Ornitologica Reggiana e Massimo Natale direttore della rivista di ornitologia
Alcedo che affrontano dal loro punto di vista la questione sui controlli agli
allevamenti amatoriali e su come ci si deve comportare in casi di soprusi da
parte di “pseudo” guardie zoofile.
“CITES E DINTORNI” di Enrico Banfi, Presidente SOR
Reggio Emilia
OBBLIGHI DI LEGGE E DI PRUDENZA
La domanda che spesso viene formulata, sotto diverse sembianze, è
la seguente: il certificato ( o meglio, la
dichiarazione) di cessione è un obbligo di legge oppure no?
Più che per curiosità, viene formulata con il sottinteso che, se
non c’è un obbligo di legge, allora è bene non farlo: un’incombenza burocratica
di meno. Per capire bene, e soprattutto, per dare un servizio efficace agli
allevatori, sarà bene chiarire alcune cose, anche con esempi.
“Servizio efficace per gli allevatori” significa ridurre al
minimo i rischi derivanti da un controllo da parte degli organi preposti. Rischi
che partono da una sanzione amministrativa (ma in CITES la minima vale 3098
euro! Due-tre stipendi di un operaio specializzato…) ed arrivano a denuncia
penale, magari con sequestro degli animali contestati( danno patrimoniale,
sportivo, affettivo, dignità ferita…).
L’amico Paolo alleva soggetti in CITES. Ha tutto in ordine (così
pensa): autorizzazione, registri nascita, registro allevamento, soggetti tutti
anellati, anche se non è obbligatorio per legge. Ma ha un paio di soggetti
acquistati all’estero, con anello estero. Ad un controllo, questi soggetti
destano sospetto: sono specie rare negli allevamenti italiani, o poco
conosciute, o segnalate nell’ambito di traffici di soggetti rubati o di
contrabbando. Il mondo, anche il nostro, è vario e non sempre “pulito e buono”.
Il controllore chiede da dove provengono i due soggetti. Paolo, orgoglioso,
afferma: dall’Olanda!. Il controllore insiste: ha il certificato d’origine (cioè
la dichiarazione di cessione) rilasciato dal venditore?“No, non l’ho”, dice
Paolo, che comincia ad essere preoccupato. “ D’altra parte, non è obbligatorio
per legge. In Olanda, quando chiedo il certificato si mettono a ridere: il
solito italiano! E non me lo fanno”. “Peccato”, ribatte il controllore in
divisa, cui la legge attribuisce l’ultima parola in questi casi. “Peccato.
Questi soggetti per me sono sospetti; se lei non riesce a dimostrarne la
provenienza, li considero illegali e li sequestro. Lei riuscirà certamente a
dimostrarne il lecito possesso. Intanto li faccio ospitare in un Centro
riconosciuto”.
Verbale ed inizio di un percorso tormentato e lungo. Magari
occorre l’assistenza di un legale. Difficilmente i soggetti torneranno a casa.
In un secondo scenario, Paolo- prudente- li ha acquistati
facendosi firmare una dichiarazione che ne attesta la provenienza. Magari è
scritto in una lingua incomprensibile ai più…Il controllore, di fronte ad anello
(nato in allevamento) e alla dichiarazione di cessione da altro allevatore ha
qualche motivo per giustificare il non procedere a contestazioni. Fine della
storia.
L’amico Giuseppe ha capito che occorre essere pragmatici,
soprattutto in un contesto come quello di fauna protetta. C’è grande confusione
normativa, grande affollamento di controllori, alcuni legalmente autorizzati e
molti che si auto-autorizzano. Per completare, quasi nessuno dei controllori
conosce gli uccelli che si propone di “controllare”. Giuseppe ha sedimentato le
esperienze di amici, conoscenze, racconti ed ha deciso di fare una scelta
precisa: massima prudenza, anche se questo ha un costo “burocratico”. Adotta i
registri di legge, compila le denunce di nascita, anella tutti i suoi soggetti
prodotti in allevamento, acquista solo soggetti regolarmente anellati, rilascia
e pretende la dichiarazione di cessione. Riceve una telefonata. Dall’altra parte
l’interlocutore si qualifica come ispettore della Forestale. Gli chiede: “L’RNA
XY 123 AB è suo ?”. “Certo”, risponde sorpreso ed allarmato Giuseppe. “Perché,
vede”, continua l’ispettore,” è applicato ad un soggetto della specie WZ ed è
evidente che non è stato applicato al momento della nascita. Quindi, c’è un
problema serio, per lei”. Momento di panico, Giuseppe è confuso. Respira a
lungo, molto a lungo, tanto che l’ispettore gli chiede se è ancora in linea. Poi
il sangue riprende la consueta circolazione ed allora Giuseppe realizza due
cose: non detiene né ha mai allevato la specie WZ, dai suoi documenti può
risalire attraverso l’anello e, soprattutto,alla dichiarazione di cessione a
colui al quale ha ceduto un suo soggetto, che portava quell’anello. Fornisce
(per iscritto) i dati all’ispettore e va a bersi una grappa. Il missile è
passato vicino a Giuseppe ma è esploso altrove, a casa di chi ha utilizzato
“impropriamente” l’anello!
Grazie alla dichiarazione di cessione.
Si potrebbe continuare. Ma vale la pena di continuare a
discorrerne quando la risposta è chiarissima?
Chi non vuole rischiare, usi sempre anello e dichiarazione di
cessione, anche se non obbligatori per legge. Lo fa non per mero rispetto della
legge ma per tutelare se stesso!
Per soddisfare curiosità, vale la pena di ricordare a questo
proposito due fatti.
1- Autoctona: alcune leggi regionali impongono il documento di
cessione ( un esempio per tutti: la Lombardia). E grazie al suo possesso, alcuni
allevatori di autoctona potranno uscire da situazioni delicate.
2- FOI e SOR, in assenza di leggi europee e nazionali, hanno
adottato “Disciplinari volontari sul benessere animale” (uccelli da
compagnia), negli ambiti di competenza. E questo perché, in assenza di una norma
di riferimento, prevale la soggettività e nella soggettività chi perde- sempre-
è il più debole. E chi è il più debole fra allevatore sportivo e lo Stato? Nella
vita è fondamentale avere dubbi, fare e farsi delle domande.
Ciò che è determinante, però, oltreché trovare le risposte, è
fare e farsi le domande giuste…
Valutato ciò che suggerisce la prudenza vediamo ciò che afferma
la legge. Due sono i riferimenti interessanti, uno è il Reg. (CE) n. 338/97 e s.
m., l’altra è la Legge Italiana fondamentale per CITES: la 150/92 del 7 febbraio
e s. m. -Il primo, all’art.8 comma 5 dice che i soggetti in allegato B possono
liberamente circolare solo se “all’Autorità competente dello Stato membro
interessato sia prodotta una prova sufficiente della loro acquisizione”.
L’Autorità competente italiana è istituita presso il Ministero Ambiente e , per
i controlli, si avvale del Corpo Forestale dello Stato. Altra precisazione: per
l’All. A occorre, come noto, uno specifico Certificato Autorizzativo rilasciato
dal Ministero, previo parere della Commissione Scientifica CITES (uno dei temi
di maggior sofferenza per i detentori di soggetti in All. A).
Il Regolamento della Comunità europea dice due cose fondamentali:
1) i soggetti in All. B possono circolare liberamente, ma a patto che 2)
sia prodotta una prova sufficiente della loro acquisizione corretta. Di
fronte a queste parole, si può pensare, forse con un po’ di forzatura, che
l’anello (realizzato come da norme CE) sia una prova sufficiente. Ma interviene
la legge italiana.
-la L. 150/92 all’art. 1 (per All. A) e 2 (per ALL: B), al comma
1, lettera f) è chiarissima e… spietata. Dice:” Chi detiene ( ad es.,
l’allevatore sportivo), utilizza per scopi di lucro, acquista, vende,
espone,detiene per la vendita o per fini commerciali, offre in vendita(per es.,
il commerciante) o comunque cede esemplari (ad es., gli allevatori) senza
la prescritta documentazione…..” commette reato penale ed è punito
con 3-12 mesi d’arresto o ammenda da 15-150 milioni di lire!
Per inciso: la L.150 è del 1992, e dunque precede di 5 anni il
Reg. (CE) n. 338/1997: possiamo dire, senza tema di smentita che non anticipa (
e dunque non coglie perfettamente) lo spirito e la lettera del regolamento
comunitario. Se nel caso del Regolamento comunitario,
la dizione “prova sufficiente” lascia una speranza di pensare che l’anello
regolare lo sia, la legge italiana citata non lo consente proprio: un anello non
è “documentazione”. Ecco dove spirito e lettera delle due norme divergono.
Dunque occorre chiarire cos’è questa documentazione, che la legge non precisa.
Intervengono l’esperienza legale ed il buonsenso (un sentito grazie a Roberto
Condorelli per averle utilizzate entrambe a vantaggio degli allevatori). Possono
essere: -la licenza d’importazione, -il certificato, rilasciato dall’organo di
gestione dello Stato membro; che autorizza la movimentazione dei soggetti in
all. A (Certificato “giallo”), -una dichiarazione che attesti la legittima
provenienza per i soggetti in All. B: Registro nascita, se prodotto nel proprio
allevamento, una Dichiarazione di Cessione se proviene
da altro allevamento.
C’è la possibilità teorica che un qualcuno possa non ritenere
sufficiente l’accoppiata anello + Dichiarazione di cessione: certo, complicare
la vita è molto più facile che semplificarla. Però ricordiamo anche che
un’Istituzione come la Regione Lombardia per risolvere il medesimo problema
riferito ad altre categorie protette come le specie di fauna autoctona,
prescrive esattamente, oltre all’autorizzazione alla detenzione ed ai registri,
proprio l’anello (del tipo omologato, come quello FOI) e una specie di
dichiarazione di cessione:”In caso di cessione degli
uccelli allevati, al destinatario è rilasciata una ricevuta di provenienza, su
carta semplice, riportante il nome della specie, il numero dell’anello, le
generalità dell’allevatore e, se prevista, gli estremi dell’autorizzazione
dell’allevamento” (Art. 23, comma 5 del Reg. Lombardia del 4 agosto 2003, n.16).
Per non accettare un coerente comportamento degli allevatori
comunque rispettoso di un regolamento regionale italiano, occorre che il
magistrato sia proprio dispettoso! Forse è opportuno completare le norme
sull’alienazione ( definita dal regolamento europeo: “qualsiasi forma, compresa
permuta e scambio”) anche quelle minime relative all’esposizione in mostre
ornitologiche ( e nei relativi mercati/scambio). Infatti, ogni tanto, in qualche
località italiana ove si realizza una manifestazione ornitologica, capita che i
controllori chiedano prova dell’origine dei soggetti di specie protette (CITES,
Autoctona) esposti.
In questi casi abbiamo condizioni semplificate, perché: -i
soggetti sono ovviamente tutti anellati, come prescritto dalle norme COM-FOI;
-i soggetti sono tutti nati nell’allevamento dell’espositore,
quindi l’origine è stabilita da anello e denuncia di nascita in cattività. Anche
in questo caso è arduo individuare norme specifiche, comunitarie o
nazionali.
Possiamo assumere un punto di riferimento: l’Internazionale di
Reggio Emilia. Da oltre 10 anni, in base ad accordo con il Servizio del Corpo
Forestale, la procedura è la seguente. Gli allevatori che intendono esporre
soggetti di specie protette forniscono all’organizzazione della manifestazione,
che li conserva a disposizione di eventuali controlli,i seguenti documenti:
-CITES: copia della denuncia di nascita in cattività relativa ai
soggetti esposti, effettuata alla stazione del Corpo Forestale dello Stato
competente per territorio, in base al D.L. n. 2 del 12/01/93.
Ricordare che il medesimo documento (Denuncia di nascita) va
redatto e presentato al CFS (e copia anche alla organizzazione mostra) anche per
gli ibridi che abbiano anche 1 solo parentale /padre o madre) incluso in CITES;
è un obbligo esplicitamente previsto dal Reg.
(CE) n. 338/97, art. 2 ,comma t).
-Autoctona: copia dell’autorizzazione a detenzione ed allevamento
rilasciata dall’Ente Pubblico competente per il territorio di residenza
dell’Espositore (di solito, la provincia).
E’ opportuno, per orientare e preparare gli espositori, che i
cataloghi ed il materiale di comunicazione della mostra riportino queste
informazioni. Parliamo di fotocopie e non di originali. Qualunque richiesta
difforme da quanto ora riportato è bene veda gli organizzatori richiedere ai
controllori il riferimento- possibilmente per iscritto alla norma che lo
prevede: è un’opportunità per tutti, allevatori e controllori per imparare e
controllare che le proprie nozioni sono esatte.
22 marzo 2011-banfi
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INQUISIZIONE ORNITOLOGICA
di Massimo Natale, direttore della rivista Alcedo |
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Cronache di una serie di minacce al
nostro hobby
Più volte ci siamo occupati del rapporto
degli allevatori con i media e con l’opinione pubblica.
Molti ricorderanno il frenetico scambio di
e-mail tra me e Edoardo Stoppa, l’inviato di Striscia, avvenuto circa un
anno fa. Il carteggio si concludeva con una promessa: alla prossima
occasione, si sarebbe fatto riferimento alla possibilità legale di allevare
il Cardellino (e gli indigeni in generale). Sembrava chiaro, infine, che
ammettere un canale ufficiale per il reperimento dei Cardellini e degli
altri fringillidi, avrebbe portato a tutta una serie di conseguenze
positive: riduzione della pressione sui soggetti selvatici, riduzione dei
loschi affari per i famigerati bracconieri, evitare atti impulsivi e lesivi,
quali l’improvvisa ed emotiva liberazione di soggetti domestici, destinati
in natura a morte certa (allora, lo avevamo definito “bracconaggio al
contrario”).
Purtroppo, gli ultimi mesi sono stati
particolarmente disastrosi. Oltre a Striscia, anche altri TG sono tornati
alla carica, giustamente perseguendo la cattura di frodo dei volatili, ma
purtroppo associando il fenomeno del bracconaggio alla figura degli
allevatori e anche in questo caso senza fare nessun riferimento
all’allevamento condotto secondo norme etiche e di legalità.
Il Tg1, in un servizio apparso il 9
novembre 2010, si è occupato di bracconaggio, creando uno strano e allusivo
connubio tra la mostra ornitologica di Carini e il mercato di Ballarò.
L’inviata, Roberta Badaloni, si infiltrava negli stand dell’esposizione,
tentando di scoprire chissà quali loschi affari, poi con un colpo di mano,
il servizio si trasferiva nel mercato di Ballarò, e si mostravano immagini
impietose di “ricevitori” (le gabbie basse usate per appastellare i
Cardellini presicci) inclinati ora da un lato ora dall’latro, che facevano
sballottolare, a mo’ di dadi, decine di poveri esemplari di cattura. Il
servizio si concludeva con una ciliegina sulla torta: invece dell’intervista
al Presidente dell’Associazione ornitologica palermitana, o al comitato
organizzatore della mostra, per comprendere la reale posizione nei riguardi
del fenomeno del bracconaggio, e scoprire finalmente che gli iscritti FOI
prendono le distanze da certa gente e da certi ambienti, la conduttrice
intervistava Giovanni Guadagna esperto Zoomafia-GeaPress. Ecco le sue
testuali parole: “ un mondo di allevatori che gravita attorno alla – come
dire – passione ma tra tante virgolette, di questi animali, di tenerli in
gabbia, fanno gli incroci eccetera. Questi (ossia noi allevatori)
sono tra i clienti principali sicuramente del bracconiere.”
L’associazione di idee è servita: mostra
ornitologica/mercato abusivo di Ballarò - Allevatore/Bracconiere.
Poi, pochi giorni dopo, anche Striscia
torna a parlare di bracconaggio, e ancora del triste mercato di Ballarò. Nel
servizio, Stoppa denuncia giustamente i fatti, e per fortuna non indica
negli allevatori i principali clienti di questo mercato, ma compie il suo
peccato: dopo aver promesso a me e a tutti voi, che alla prossima occasione
avrebbe accennato alla possibilità legale di allevare in cattività i
Cardellini, alla fine del servizio, come don Abbondio dei promessi sposi, ci
nega. Ovviamente, ne è seguita una mia mail a Stoppa, e poi un’altra e
un’altra ancora. Ma ad oggi, senza alcuna risposta.
L’inizio del 2011 non è stato foriero di
buone notizie.
In Brianza, in particolare, nel febbraio
appena trascorso, si sono verificati una serie di blitz in allevamenti:
sedicenti guardie zoofile, purtroppo a volta accompagnate da veri pubblici
ufficiali (carabinieri), si sono presentate alle porte di alcuni allevatori
di spicco, sequestrando soggetti, sporgendo denunce, seminando sconforto e
rabbia.
Basti pensare che in un negozio di uccelli,
sono stati sequestrati 12 Cardellini mutati. E che un importante e noto
allevatore di indigeni si è visto sequestrare tutti i soggetti ancestrali,
regolarmente inanellati. Quest’ultimo ha infine deciso di smettere di
allevare.
Ma è anche successo il contrario: che uno
degli allevatori visitati, per niente impaurito, e perfettamente consapevole
di allevare nel pieno rispetto della legge, è riuscito a scongiurare ogni
atto di sequestro, semplicemente rispondendo punto a punto alle richieste,
dimostrandosi forte, deciso, consapevole della proprio condotta. Questi è un
nostro caro amico, nonché un maestro di educazione e onestà, oltre che di
allevamento. Ci siamo fatti raccontare i fatti. Oltre ai Carabinieri, era
presente un famoso personaggio appartenente alle Guardie zoofile OIPA.
L’atteggiamento generale di questo personaggio in particolare era di totale
pregiudizio: l’allevatore non poteva essere altro che un delinquente
bracconiere. Per fortuna, tutti gli indigeni dell’allevamento erano
regolarmente inanellati, ma l’inquisitore di turno rispondeva: “sono
sicuramente di cattura e rianellati. Procederemo con il test del DNA.”
Un sopralluogo, insomma, condotto secondo i
toni dell’arroganza, delle minacce e del pregiudizio.
L’obiettivo è chiaro: incutere timore,
ottenere disponibilità, magari l’ammissione di una qualche irregolarità.
Innescare nell’allevatore la fittizia speranza che l’ammissione possa
generare un qualche vantaggio o una qualche indulgenza. Insomma, una
firmetta e risolviamo tutto. Salvo poi essere definitivamente denunciati e
vedersi sequestrare i soggetti.
Ma un simile atteggiamento non vi ricorda
qualcosa e qualcuno? La Santa inquisizione, nel medioevo, procedeva con
modalità similari: accusava di eresia e stregoneria basandosi solo sul
sentito dire. Con minacce e arroganza, l’inquisitore chiedeva l’ammissione
di colpa, che a volte veniva ammessa, appunto nella speranza di un qualche
beneficio. Più eretici e streghe l’inquisitore scopriva, maggiore erano la
sua fama e il suo potere.
Dall’analisi dei fatti, e dal racconto del
nostro amico allevatore, vengono fuori degli aspetti inquietanti. Perché un
blitz negli allevamenti (autorizzati, si badi bene)? Perché un atteggiamento
così minaccioso, vessatorio e inquisitorio? Perché il sequestro di soggetti
ancestrali, nonostante regolarmente inanellati? E anche peggio, perché il
sequestro dei Cardellini mutati, frutto più assoluto ed esclusivo della
domesticità? E perché questi blitz avvengono sempre in presenza di
personaggi alquanto inquietanti, che nulla hanno a che vedere con le forze
di polizia ufficiali? Chi conduce queste fila? Che interessi ci sono in
gioco? Al primo posto, c’è veramente il benessere animale?
Può essere scomodo dalle pagine di una
rivista parlare di simili argomenti. Qualcuno potrebbe scoraggiarsi a
priori, decidere di mollare di tutto, smettere di allevare e di leggere
riviste ornitologiche. Tuttavia, crediamo sia importante affrontare la
questione a viso aperto, senza remore e senza panico. Col coraggio di chi ha
la coscienza pulita, di chi non solo non commette niente di male, ma conduce
(con passione ed onestà) un hobby che dimostra importanti valenze etiche e
scientifiche.
E’ giunto il momento di riqualificare la
figura dell’allevatore di uccelli. Egli è un “ornitofilo”, ossia un
amante dei volatili. Spinto da un’enorme passione, l’allevatore di uccelli
ornamentali utilizza solo materia prima domestica (soggetti nati in
cattività) e mette in atto ogni strategia necessaria ed opportuna per
mantenere i propri esemplari in buona salute: locale d’allevamento, gabbie e
voliere, alimentazione, igiene, luce, integratori, tutto è rivolto al
benessere dei volatili, e alla loro riproduzione. Dunque, è quanto meno
anomalo che qualcuno venga a proteggere i volatili in casa nostra.
L’allevatore non cattura, e non utilizza soggetti di cattura.
Anzi, la figura dell’allevatore moderno è
una figura di primo piano nella salvaguardia dei volatili (non solo quelli
domestici) e nella lotta al bracconaggio. Egli è un esperto di logistica, di
alimentazione, di trasporto, di appastellamento, di eventuali incidenti e
relativi rimedi, di erbe selvatiche di cui gli uccelli si nutrono in natura.
Insomma, l’allevatore (insieme al veterinario) è la figura veramente
imprescindibile nella gestione pratica e tempestiva dei soggetti di cattura
sottratti alle grinfie dei bracconieri. Cosa fare e come comportarsi con
soggetti di cattura? Dove alloggiarli, come alimentarli, a chi affidarli in
attesa della liberazione? L’allevatore può rispondere a tutti questi
interrogativi.
Inoltre, poiché l’allevatore riproduce
soggetti domestici, rende disponibile ogni anno un certo numero di esemplari
nati in cattività, che possono essere utilizzati per il mercato ufficiale
della passione, con conseguente riduzione della pressione dei bracconieri
sui soggetti selvatici, ma anche per progetti di studio e/o di
reintroduzione in natura.
Noi che alleviamo con la nostra passione,
utilizzando materia prima domestica, amando profondamente queste creature,
cui dedichiamo tutto il nostro tempo libero e anche oltre, dobbiamo essere
fieri del nostro ruolo, del nostro amore, del fatto che allevando riduciamo
indirettamente il prelievo dalla natura, e garantiamo la sussistenza in
cattività di un pacchetto di geni. E quando si verificherà un’evoluzione
delle coscienze, e non ci sarà più l’inquisitore di turno che si arrogherà
il diritto di essere l’UNICO protezionista, a
quel punto si capirà che l’allevatore è il
più grande protezionista.
Cosa fare per prevenire ogni tipo di
problema?
Ovviamente, disporre solo ed esclusivamente
di soggetti nati in cattività e muniti di anellino regolamentare. Anche per
quelle regioni dove l’anellino è già condizione sufficiente, ricordatevi di
farvi rilasciare sempre il certificato di cessione da parte dell’allevatore
cedente. Detto certificato spesso blocca ogni ulteriore passaggio o
allusione. Compilate il registro con certosina attenzione, in modo che il
numero di soggetti presenti in allevamento e relativi movimenti (acquisti,
nascite, morti, fughe etc.) siano perfettamente segnati sul registro.
Inoltre, ciò metterà a disposizione una formidabile arma di difesa: se
leggendo il registro, siamo in grado di risalire l’albero genealogico di un
esemplare, possiamo essere noi ad utilizzare il DNA come “minaccia” per
l’inquisitore di turno. Ricordate inoltre che la pulizia è un momento
fondamentale, e che la presenza di ciotole o beverini sporchi, presta il
fianco ad accuse che vanno aldilà del concetto di domestico, e che
riguardano il benessere animale. Idem per ciò che riguarda il numero di
esemplari per gabbia. Può essere utile farsi rilasciare dal proprio
veterinario un attestato che dimostri che l’allevamento è periodicamente
seguito da un professionista.
Cosa fare in caso di blitz?
Prima di tutto, bisogna mantenere la calma,
e rammentare la dignità e l’importanza sociale del ruolo dell’allevatore.
L’autostima può e deve essere un momento di coraggio fondamentale.
Ricordarsi che nessuno può entrare in casa
nostra o nel nostro allevamento senza mandato, e che in caso di mandato, è
possibile richiedere la presenza del proprio avvocato. Se abbiamo rispettato
il punto precedente, e i nostri soggetti sono tutti nati in cattività e
“rintracciabili” nei relativi certificati di cessione e/o sul registro, non
abbiamo niente da temere.
Non bisogna farsi spaventare o ingannare
dalle minacce. La più frequente è quella del DNA. Come detto, il DNA può e
deve essere una freccia al nostro arco. Le illazioni sugli anellini lasciano
il tempo che trovano, e in questo la FOI deve essere parte solidale, in
quanto la possibilità di rianellare un soggetto adulto è una grave offesa e
illazione che riguarda tutto il movimento e le sue regole, e non il singolo
allevatore. Le sedicenti figure che spesso presiedono detti blitz vanno
immediatamente qualificate, e attenzionate ai veri pubblici ufficiali
presenti: chi è codesto signore? In che ruolo si trova con voi carabinieri?
Potete fornirmi le generalità? E così via. Ricordate che il nucleo
antibracconaggio fa capo al corpo forestale, mentre quello dell’OIPA altro
non è che un volontario senza potere ne’ qualifica. E’ solo l’inquisitore di
turno.
Cosa fare per migliorare la situazione?
Lavorare su due fronti:
1. riqualifica della figura
dell’allevatore, che va fattivamente proposto e inserito in contesti più
ampi, come centri di recupero, nucleo antibracconaggio, cliniche veterinarie
che si occupano del recupero di soggetti di cattura. In una parola,
sfruttare le sue conoscenze pratiche e il suo potenziale per la salvaguardia
dell’avifauna
2. riconoscimento del domestico. Gli
indigeni che attualmente alleviamo sono il frutto di una selezione che dura
da oltre 30 anni. Nessun vero allevatore inserisce in allevamento sangue
selvatico, col serio pericolo di tornare indietro di parecchie generazioni,
come robustezza e attitudine alle riproduzione in cattività. Insomma, un
processo che ricorda sempre più da vicino quello del Canarino domestico. O
se vogliamo, la stessa differenza esistente tra un cane domestico e un lupo.
Che senso avrebbe oggi un blitz in un allevamento di pastori tedeschi? E se
12 soggetti fossero sequestrati in quanto considerati lupi degli Appennini?
Ecco, la cosa sembra ridicola, ma nella realtà è quanto accaduto coi 12
Cardellini mutati sequestrati nel negozio di uccelli.
Sequestrare detti soggetti, toglierli
dall’ambiente dove sono abituati, cambiare repentinamente la loro
alimentazione, le ore di luce, gli alloggi, il microclima, è realmente una
protezione?
L’ultima considerazione riguarda proprio il
vero movente di questi blitz: se è accertato che abbiamo a che fare nel 99%
dei casi con soggetti domestici, questi blitz a che servono? Svolgono un
vero ruolo di protezione? Se così fosse, non andrebbero dagli allevatori,
gente spesso seria ed educata, ma si cercherebbe il bracconiere, gente forse
più pericolosa. Ecco noi abbiamo la sensazione che la vera spinta a tutto
questo, sia una forma di reclame, di pubblicità, di fumo negli occhi per
l’opinione pubblica, di possibilità di aggiornare il proprio sito con
numeri, blitz, liberazioni, sequestri e quant’altro. In modo da ottenere
donazioni, 5X1000, merchandising, appoggi politici. Ho la spiacevolissima
sensazione che del vero benessere animale a questa gente importi molto poco.
Continuo così a credere che nessuno più di
noi allevatori ama e cura queste creature. Che dobbiamo avere il coraggio
del nostro hobby e del nostro ruolo, ovviamente aiutati in questo dagli
organi e dalle Federazioni. Noi di Alcedo ci siamo, io personalmente ci sono
con forza.
Affinché la sgradita visita di questa gente
violenta non si concluda con l’abbandono della passione (Cantore d’Africa X
Crociere grida ancora vendetta), ma con la testa alta e lo sguardo fiero, di
chi è consapevole di dare la sua mano più di altri nella protezione
dell’avifauna.
Massimo Natale |
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